"rascel

«Io prendo manciate di parole e le lancio in aria; sembrano coriandoli, ma alla fine vanno a posto come le tessere di un mosaico».
(Renato Rascel)
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martedì 11 marzo 2014

Marzo

... ormai ne abbiamo sentite e lette tante su questo mese che fa pensare alla noia invernale e alla allegra profumata bellezza primaverile.
Io vi propongo questa rarità, una poesia del 1892 di Salvatore Di Giacomo.

Sono meteoropatica e questo tempo così pazzo non mi aiuta molto a scacciare malinconia e tristezza, così mi sono affidata alla terapia del surfing. So che funziona sempre, anche questa volta ha funzionato.
Mi sono sentita inondare da tanti ricordi belli ma così lontani nel tempo, evocatori di fatti e persone che ormai non ci sono più da moltissimi anni.
Il frastuono di un violento temporale a cui era seguita una pioggia sempre più incalzante che improvvisamente diveniva calma e tranquillizzante, mi hanno fatto venire in mente i versi che da bambina quando c'era un acquazzone recitava la mia "nonna Peppenella", una signora napoletana che consideravo mia nonna, mi ha insegnato la "lingua napoletana" e a parlarla correttamente come prima lingua. Passavo molto tempo con lei, era molto affettuosa e colta e da lei ho appreso tantissimo.
Ho digitato quei versi venuti da così lontano.
Così, "Marzo: nu poco chiove e n’atu ppoco stracqua…", i versi che sapevo fossero di un classico napoletano d'autore erano lì, e ho trovato....anzi ho scoperto, l'esistenza di una canzone d'amore,"Catarì", un pezzo storico del musicista Pasquale Mario Costa del1892 con le parole che sono i bei versi del poeta Salvatore Di Giacomo, "Marzo". 
E sono stati tradotti nientemeno che da.... Pier Paolo Pasolini.




CATARI’

di M Costa - S. Di Giacomo

Marzo: nu poco chiove
e n’atu ppoco stracqua…
Torna a chiovere, schiove…
ride ‘o sole cu ll’acqua.

Mo nu cielo celeste,
mo n’aria cupa e nera…
Mo, do vierno, ‘e ttempeste,
mo, n’aria ‘e primmavera…

N’auciello freddigliuso,
aspetta ch’esce ‘o sole…
‘Ncoppo tturreno ‘nfuso,
suspirano ‘e vviole…

Catarí’, che vuó’ cchiù?
‘Ntiénneme core mio:
Marzo, tu ‘o ssaje, si’ tu…
e st’auciello, song io



Marzo

traduzione di Pier Paolo Pasolini

“Marzo: un po’ piove 
e dopo un po’ cessa di piovere: 
torna a piovere, spiove,
ride il sole con l’acqua.

Ora un cielo celeste,
ora un’aria cupa e nera: 
ora le tempeste dell’inverno,
ora un’aria di primavera.

Un uccello freddoloso
attende che esca il sole: 
sopra il terreno bagnato 
sospirano le viole…

Caterina!…Che vuoi di più? 
Cerca di capirmi, cuore mio!
Marzo, lo sai, sei tu, 
e quest’uccello sono io”.

giovedì 23 maggio 2013

Una Satira? Una tarantella? - Non solo - Una Filastrocca, oppure è uno Scioglilingua? - No, semplicemente 'O Guarracino!.

E' un canto prezioso, un' allegra tarantella, nata come scherzo per divertire i cortigiani napoletani. 
Gli allegri versi sono cantati scandendo le parole con un ritmo veloce e ripetendo sempre gli stessi suoni,  tanto da renderla così una divertentissima tiritera e soprattutto un vero scioglilingua. 
 Ambientato in una Napoli del tardo seicento, o forse settecento, racconta di un duello nelle profondità marine tra protagonisti speciali. Non un mondo umano, ma una popolazione di tutte le varietà di pesci dei nostri mari. Questo turbinio di personaggi si muove in un mondo simile a quello dei "vichi" e dei "bassi" o "vasce" napoletani con tutte le regole sociali e le usanze di quei luoghi. Una società completa in cui regnano tutte le passioni degli umani, vizi e virtù.

Ma chi è il protagonista?
E' 'o Guarracino.
Il guarracino è un pesce detto anche coracino, perchè è brutto e nero come il corvo.
'O Guarracino di questa filastrocca, tarantella di anonimo del settecento, è una specie di "guappo", una figura di spicco nella società del vico napoletano. Un po' boriosa, un leader elegante ma di umili origini, che difende e protegge a modo suo i deboli secondo un particolare codice d'onore. 
Lo diventa per le sue qualità riconosciute da tutti, principalmente per la sua forza e per la sua simpatia. Ma è anche spietato e violento, usa la forza per mantenere il suo ruolo e farsi rispettare.  E' sempre guardingo, deve difendersi continuamente dagli invidiosi e dai molti che ambiscono al suo ruolo.

Il nostro Guarracino, si è innamora della bella Sardella, una dama dell'alta società. Lo si evince dal fatto che è colta, conosce la musica perchè suona il liuto, non abita in un basso ma in una casa con la finestra.
Però la nobildonna è stata promessa all' Alletterato, un'altra figura di spicco, un tonno, sicuramente un'altro guappo antagonista .
I due rivali si contedono la dama e si danno battaglia negli abissi marini. Tutta la società dei pesci si schiera a favore dell'uno o dell'altro.
A questo punto c'è il vero scioglilingua. Nell'elencare i vari fans le parole sono più difficili da pronunciare, le sillabe più intricate e il ritmo si fa sempre più incalzante. 
C'è un elenco di tutti i pesci del Mediterraneo, umanizzati e agguerriti, ma sono anche sempre gli stessi che troviamo sulle nostre tavole o vediamo sui banchi dei nostri mercati ittici.

Insomma, una fonte letteraria divulgativa per quei tempi. Ce ne sono tantissimi: auglie cioè aguglie, capechiuove (letteralmente, teste di chiodo) cioè le seppioline, scuorfane cioè scorfani, merluzze, cecenielle cioè alicette, ciefare cioè cefali, palaie o sogliole, marvizze cioè tordo di mare, grancetielle cioè granchietti, cuocce cioè coccioli, pescatrice o rospo di mare o anche rana pescatrice ...

Le accuratissime descrizioni degli abiti, quelle  dei costumi e delle usanze allora di moda, dettagliate nei minimi particolari, rendono questo pezzo un "reperto" facilmente databile. 
Infatti, sembra seguire le descrizioni de "La Moda del Seicento". Ci sono parole come jabeau, una specie di volant facente funzione della successiva cravatta, o la sciammerra il farsetto tipico dell'epoca e poi il liuto strumento suonato dalle dame a corte.
Dunque è una satira dei costumi della corte del Regno di Napoli, e secondo me, documento linguistico di grande pregio, un dialetto napoletano arcaico, lingua medievale di grande divulgazione, ma  è anche un vero "reperto di storia del costume" che descrive quella società.

Se pensiamo che nella cultura e nella tradizione napoletana esiste ancora l'abitudine di dare ai bambini appena nati, oltre al nome di battesimo e al nome della famiglia, anche un soprannome (l'attuale nickname)
cioè l'identità ufficiosa valida per tutto il quartiere , il Guarracino e tutti gli altri personaggi siano potuti anche essere persone reali del tempo.
Quindi, penso che il fatto si sia veramente verificato ed anziché mettere in versi un'opera per cantastorie, l'autore abbia pensato ad una tarantella molto ironica per divertire narrando. 
In effetti, i pesci sono figure rappresentative di quella società che si nutriva di frivolezze, pettegolezzi, piccole meschinità, "inciuci" e tradimenti, e tutto questo è nel testo.
Un vero tesoro linguistico, non vi sembra?

Il finale potrebbe essere considerato per noi molto utile per individuare senza alcun dubbio la qualità del pubblico che ascoltava. Gente molto ricca che gli orchestrali tengono sulle corde per poi fare la richiesta di altri soldi, o quantomeno un compenso aggiuntivo.

Non viene detto chi è il vincitore del duello, infatti, ma gli ultimi versi sono solo un ammiccamento degli orchestrali che concludono con una voluta sospensione ed una richiesta di pagamento. Si può facilmente intuire che fosse una soluzione aperta a seconda del tenore della festa e dell'umore degli orchestrali.


Noi rimarremo sempre nel dubbio.

Il tutto lo dobbiamo gustare senza la conclusione non potendo pagare per saperlo come si canta nell'ultima strofa!
 Ecco il testo nella versione ed interpretazione celeberrima di Roberto Murolo nella sua Antologia napoletana. 


'O Guarracino

Originale in dialetto napoletano arcaico
 di  anonimo                                                                            In italiano corrente
                                                                                       trad. di Cle Reveries

Lo Guarracino che jeva pe mare        Al Coracino che andava per mare
le venne voglia de se 'nzorare.            gli venne voglia di sposarsi.
Se facette no bello vestito                     Si fece un bel vestito
de scarde de spine pulito pulito,        di squame e di spine, pulito pulito,
cu na perucca tutta 'ngrifata              con una parrucca tutta arruffata 
de ziarelle 'mbrasciolata,                    con nastri arrotolata,
co lo sciabò, scolla e puzine                 con lo jabeau* , foulard e polsini
de ponte angrese fine fine.                    a punto inglese fine fine.
Cu li cazune de rezze de funno,          Coi pantaloni di rete di fondo
scarpe e cazette de pelle de tunno,   scarpe e calze di pelle di tonno,
e sciammeria e sciammereino            frac e farsetto
d'aleche e pile de voje marino,           di alghe e peli di bue marino,
co buttune e bottunera                          con bottni e bottoniera
d'uocchie de purpe, secce e fera,       d'occhi di polpo, seppie e delfine,
fibbia, spata e schiocche 'ndorate    fibbia, spada e fiocchi dorati annodati
de niro de secce e fele d'achiate.        di nero di seppia di fiele di occhiate

Doje belle cateniglie                               Due belle catenine
de premmone de conchiglie,               di polmone di conchiglie,
no cappiello aggallonato                     un cappello con galloni
de codarino d'aluzzo salato,               di codino di luccio di mare salato,
tutto posema e steratiello                    tuttoi amido e ferro da stiro,
ieva facenno lo sbalantieílo                andava facendo il vanitoso
e gerava da ccà e da llà                         e girava di quà e di là
la 'nnammorata pe se trovà!               per trovarsi la fidanzata.

La Sardella a lo barcone                      La Sardella al balcone
steva sonanno lo calascione;              stava suonando il liuto
e a suono de trommetta                         e con voce squillante
ieva cantanno st'arietta:                     cantava questa arietta: 
"E llarè o marelena                                 "E llarè il mare è allenamento (alla vita)
e la figlia da sià Lena                             e la figlia della zia Lena
ha lasciato lo nnamurato                    ha lasciato l'innamorato
pecchè niente l' ha rialato".                 perchè niente le ha regalato".

Lo Guarracino 'nche la guardaje       Il guarracino da quando la guardò,
de la Sardella se 'nnamoraje;             della sardella si innammorò,
se ne jette da na Vavosa,                       se ne andò da una Bavosa,
la cchiù vecchia maleziosa;                la più vecchia e maliziosa,
l'ebbe bona rialata                                  le diede una bella mancia 
pe mannarle la mmasciata.                per mandarle una ambasciata.**
La Vavosa pisse pisse                             La bavosa, parola per parola,
chiatto e tunno nce lo disse.                chiaro e tondo glielo disse.

La Sardella 'nch'a sentette                  La sardella quando la sentì
rossa rossa se facette,                            si fece rossa rossa,
pe lo scuorno che se pigliaje               per la vergogna che l'assalì
sotto a no scuoglio se 'mpizzaje.       sotto uno scoglio si infilò.
Ma la vecchia de vava Alosa              Ma la vecchia Bavosa
subeto disse: Ah schefenzosa,            subito disse: Ah schifiltosa,
de sta manera non truove partito    in questa modo non trovi un partito
'ncanna te resta lo marito!                  ed in gola ti resta il marito!

Se aje voglia de t'allocà                        Se hai voglia di sposarti
tanta smorfie nonaje da fa,                 tante smorfie non devi fare,
fora le zeze e fora lo scuorno,             fuori il petto e via la vergogna,
anema e core e faccia de cuorno!     anima e cuore e faccia di corno!
Ciò sentenno la sià Sardella               Sentendo ciò, la signora Sardella
s'affacciaje a la fenestrella,                s'affacciò alla finestra,
fece n'uocchio a zennariello               fece gli occhi languidi
a lo speruto 'nnammoratiello.           al voglioso innamoratino.

Ma la Patella, che steva de posta,    Ma la Vongola, che stava nascosta,
la chiammaje faccia tosta,                  la chiamò faccia tosta,
tradetora, sbrevognata,                       traditrice, svergognata,
senza parola, male nata,                     senza parola e malnata,
ch'avea 'nchiantato l'Alletterato     perché aveva piantato l'Alletterato,
primmo e antico 'nnamorato.            primo e antico fidanzato.
De carrera da chisto jette                    Di gran corsa da questo andò
e ogne cosa 'lle dicette.                         e ogni cosa gli raccontò.

Quanno lo 'ntise lo poveriello            Quando la sentì il poveretto
se lo pigliaje Farfariello*.                     fu assalito dalla collera .
Jette a la casa e s'armaje e rasulo,   Andò a casa e s'armò di rasoio,
se carrecaje comm'a no mulo              si caricò come un mulo              
de scopette e de spingarde,                  di schioppi e di spingarde,
povere, palle, stoppa e scarde.           polvere da sparo, palle, stoppini e scaglie.
Quattro pistole e tre bajonette           Quattro pistole e tre baionette
dint'a la sacca se mettette.                   si mise in tasca.

'Ncopp'a li spalle sittanta pistune,    Sulle spalle settanta colubrine,
ottanta mbomme e novanta cannune;ottanta bombe e novanta cannoni;
e comm'a guappo Pallarino                   e come un Guappo Paladino
jeva trovanno lo Guarracino                 andava cercando il Guarracino
e la disgrazia a chisto portaje               e a questo gli portò sfortuna
che mmiezo a la chiazza te lo 'ncontraje. perchè  lo incontrò in piazza.
Se l'afferra po crovattino                         Lo afferra per il cravattino
e po lle dice: Ah malandrino!                 e poi gli dice: Ah malandrino!

Tu me lieve la 'nnammorata                  Tu mi rubi la fidanzata 
e pigliatella sta mazziata!                      e prenditi queste mazzate!
Tuffete e taffete a meliune                       e giù botte a milioni
le deva paccare e secuzzune,                  gli dava ceffoni e pugni sotto il mento,                  
schiaffe, ponie e perepesse,                      schiaffi, pugni e percosse,
scoppolune, fecozze e conesse,               scappellotti, pugni in testa,
scerevecchiune e sicutennosse               scapaccioni e pugni in faccia
e ll'ammacca osse e pilosse.                    e gli ammacca le ossa e i cartilagini.

Venimmoncenne ch'a lo rommore        E veniamocene che al rumore
pariente e amice ascettero fore,            parenti ed amici uscirono fuori,
chi co mazze, cortielle e cortelle,          chi con mazze, coltelli e coltellini
chi co spate, spatune e spatelle.            chi con spade spadoni e spadelle.
Chiste co barre e chille co spite,             Questi con le sbarre e quelli con spiedi,
chi co ammennole e chi co antrite,       chi con mandorle e chi con nocciole,
chi co tenaglie e chi co martielle,         chi con tenaglie e chi con martelli,
chi co torrone e sosamielle.                     chi con torroni e susamielli ****
                      
Patre, figlie, marite e mogliere               Padri, figli, mogli e mariti 
s'azzuffajeno comm'a fere.                        si azzuffarono come belve.
A meliune correvano a strisce                 Accorrevano a milioni,  a frotte,
de sto partito e de chillo li pisce.           pesci di questo o quel partito.
Che bediste de sarde e d'alose                 Quante ne vedesti di sarde e di seppie,
de palaje e raje petrose,                             di sogliole e razze pietrose,
sarache, dientece ed achiate,                 saraghi, dentici ed occhiate,
scurme, tunne e alletterate!                    sgombri, tonni ed alletterati!

Pisce palumme e pescatrice,                   Pesci palombo e pescatrici, 
scuorfene, cernie e alice,                           scorfani, cernie ed alici,
mucchie, ricciole, musdee e mazzune,mucchie, ricciole, musdee e mazzoni,
stelle, aluzze e storiune,                            stelle, sirene e storioni,
merluzze, ruongole e murene,                merluzzi, gronghi e murene,
capodoglie, orche e vallene,                   capodogli, orche e balene, 
capitune, auglie e arenghe,                     capitoni, aguglie e aringhe,
ciefere, cuocce, traccene e tenghe.       cefali, cocci, tracine e tinche.

Treglie, tremmole, trotte e tunne,        Triglie, torpedini, trote e tonni,
fiche, cepolle, laune e retunne,             fiche di mare, cipolle, leoni marini e zerri 
purpe, secce e calamare,                         polipi, seppie e calamari,
pisce spate e stelle de mare,                   pesci spada e stelle di mare,
pisce palumme e pisce prattielle,        pesci palombo e pesci martello,
voccadoro e cecenielle,                            ombrine e alicette,
capochiuove e guarracine,                     seppioline e guarracini,
cannolicchie, ostreche e ancine           cannolicchi, ostriche e ricci di mare.

Vongole, cocciole e patelle,                   Vongole, conchiglie e patelle, 
pisce cane e grancetielle,                       pescecani e granchietti,
marvizze, marmure e vavose,              tordi di mare, pagelli e bavose,
vope prene, vedove e spose,                   vope gravide, vedove e spose,
spinole, spuonole, sierpe e sarpe,       spinole, spondili, serpi e sarpe,
scauze, nzuoccole e co le scarpe,        scalzi, con gli zoccoli o con le scarpe,
sconciglie, gammere e ragoste,            paguri, gamberi e aragoste
vennero nfino co le poste!                       vennero persino con le diligenze!

Capitune, saure e anguille,                     Capitoni, sauri ed anguille,                    
pisce gruosse e piccerille,                         pesci grandi e piccolini,
d'ogni ceto e nazione,                                 di ogni ceto e nazione,
tantille, tante, cchiu tante e tantone! non tanti, tanti, di più e tantissimi!
Quanta botte, mamma mia,                   Quante botte, mamma mia,
che se devano, arrassosia!                       che si davano alla cieca!
A centenare le barrate!                              A centinaia le mazzate!
A meliune le petrate!                                  A milioni le pietrate!

Muorze e pizzeche a beliune,                  Morsi e pizzichi a miliardi,
a delluvio li secozzune!                             a diluvio i pugni!
Non ve dico che bivo fuoco                       Non vi dico che fuoco vivo
se faceva per ogne luoco!                          si faceva in ogni luogo! 
Ttè, ttè, ttè, ccà pistulate!                        Tè, tè, tè, qua pistolettate!
Ttà, ttà, ttà, là scoppettate!                    Tà, tà, tà, là schioppettate!
Ttù, ttù, ttù, ccà li pistune!                      Tù, tù, tù, qua le colubrine!
Bu, bu, bu, llà li cannune!                        Bu, bu, bu, là i cannoni!

Ma de cantà so già stracquato             Ma di cantare sono già stanco  
e me manca mo lo sciato;                        e adesso mi manca il fiato,
sicchè dateme licienzia,                           perciò datemi licenza, 
graziosa e bella audenzia,                      grazioso e bel pubblico.
che sorchio na meza de seje,                  che desidero bere una mezza di vino
co salute de luje e de leje,                         alla salute di lui e di lei,
ca se secca lo cannarone                          altrimenti mi si secca il gargarozzo
sbacantànnose lo premmone!               e mi si svuota il polmone!
--------
*tipico volant del '700 che fungeva da cravatta
**messaggio di richiesta di matrimonio
***diavolo
****dolci natalizi




sabato 2 febbraio 2013

SAUDADE: L'ANIMA DEL PORTOGALLO


« Era già l'ora che volge il disìo
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo dì c'han detto ai dolci amici addio »
(Dante Alighieri, Divina Commedia - Purgatorio Canto VIII)


Questi versi del nostro Sommo Poeta mi hanno rivelato il significato della parola portoghese saudade e ne ho inteso così il senso.
Tutto l'insieme dei sentimenti che si riaffacciano in chi ha abbandonato la sua casa e che inteneriscono il cuore di chi impavido con coraggio ha lasciato il calore della sua casa è in portoghese saudade.
La parola saudade non ha traduzione, nè in italiano e nè in nessun'altra lingua. Parole come nostalgia, rimpianto, malinconia possono solo avvicinarsi al suo vero significato, non hanno la forza emotiva e struggente di quello che rappresenta effettivamente la saudade.
Il fado, tipica musica nata in Portogallo e successivamente anche adottata in Brasile, ha espresso molto bene in musica tale sentimento ed è riuscito anche a divulgato il sentimento dei portoghesi emigrati in tutto il mondo.
La parola fado nella lingua portoghese ha due significati.
Nella accezione antica è intesa come fato, destino.
In quella moderna, introdotta nella metà del 1800 nella città di Lisbona, è la musica tipica portoghese conosciuta in tutto il mondo. Ha un fascino particolare che la voce di Amalia Rodriguez con il suo impareggiabile talento ha reso noto, anzi famosissimo il fado in tutto il mondo.
Richiama la musica del rito mozarabico, anche conosciuto come isidoriano, della liturgia cattolica iberica introdotto nel IV e perdurato fino all'XI secolo, che era praticato nel regno di Toledo e in tutto il territorio anche tra gli Islamici.
Il ritmo tutto particolare, sempre mediterraneo, ripropone le coppie dei versi con una variazione di melodia chedanno tanta  dolcezza e comunicano una struggente e serena nostalgia: la "saudade".
Gli strumenti tipici del fado, guitarra portuguésa - viola de fado - baixo, danno alla melodia un carattere molto forte ed emozionante.
Normalmente è presente nella esecuzione una voce che dialoga con la guitarra portuguésa, impareggiabile e unica quella della Rodriguez, e la viola do fado, una chitarra di tipo spagnolo per i bassi e le armonie. A questi non sempre vengono aggiunti una seconda chitarra portoghese e il basso portoghese, o baxio, dall'apparenza di una chitarra spagnola.
Il testo è rappresentato da versi altamente poetici in cui viene enfatizzato il Saudade, che nella musicalità e nelle assonanze contribuisce a rendere più chiaro l'intraducibile insieme di sensazioni, una combinazione di stati d'animo che ruotano intorno alla struggente malinconia e alla nostalgia del passato col sottofondo di una musica che trascina lontano. Principalmente in luoghi mai più raggiungibili e rimasti fermi nel cuore.
Questi  due notissimi capolavori ne sono meravigliosi esempi. 
Le due notissime città, Coimbra e Lisbona agli occhi di chi ne è lontano appaiono dignitose, eleganti e bellissime signore. 

Coimbra 

Coimbra
O lent é uma cançao
E a lua a faculdade
O livro é uma mulher
Só passa quem souber
E aprende-se a dizer saudade

Coimbra do Choupal
Ainda és capital
Do amor em Portugal
ainda
Coimbra onde uma vez
Com lágrimas se fez
A história dessa Inês tao linda
coimbra das cançoes tao meigas
Que nos poe
Os nossos coraçoes a nu
Coimbra dos doutores
Para nós os teus cantores
A fonte dos amores és tu 


Lisboa Antiga



Lisboa Antiga
(Portela - Galhardo - Do Vale)

Lisboa, velha cidade,
Cheia de encanto e beleza!
Sempre a sorrir tão formosa,
E no vestir sempre airosa.
O branco véu da saudade
Cobre o teu rosto linda princesa!

Olhai, senhores, esta Lisboa d'outras eras,
Dos cinco réis, das esperas e das toiradas reais!
Das festas, das seculares procissões,
Dos populares pregões matinais

           que já não voltam mais!

Lisboa de oiro e de prata,
Outra mais linda não vejo
Eternamente a cantar
E a dançar de contente
O teu semblante se retrata
No azul cristalino do Tejo

Lisbona antica- Traduzione
Lisbona, vecchia città,
Piena d'incanto e bellezza!
Sempre tanto bella nel sorridere,
E nel vestire sempre leggiadra,
Il bianco velo della nostalgia
Copre il tuo viso, bella principessa!
Guardate, signori, questa Lisbona d'altri tempi,
Dei cinque réis, delle corse di tori e delle corride reali!
Delle feste, delle secolari processioni,
Delle grida mattutine dei venditori

      che ormai non tornano più!
Lisbona d'oro e d'argento,
Altra più bella non vedo
Eternamente a cantare
E a danzare lietamente
Il tuo volto si riflette
Nell'azzurro cristallino del Tej